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mercoledì 21 dicembre 2011

Eekah - quarta parte


La porzione di cielo che potevano vedere era sgombra da nubi, la folla urlante sugli spalti era composta da uomini e donne eccitati dall'imminente spargimento di sangue e dalla terra battuta dell'arena si alzavano nuvolette di polvere a ogni passo dei krèmoni e degli animali.
Questi ultimi sembravano conoscere alla perfezione il copione, infatti si allargarono a ventaglio, avvicinandosi lentamente e inesorabilmente ai sbigottiti krèmoni.
Sathûke ordinò ad alta voce di stare fermi:
«Non separiamoci! Se stiamo uniti saremo più forti e avremo più possibilità di sopravvivere!».
Un ragazzo, tuttavia, si fece prendere dal panico e si mise a correre urlando, cercando di passare in mezzo a due leoni, sperando evidentemente di cavarsela, ma le due bestie gli furono addosso in un istante.
Le urla del giovane cessarono quasi subito e i due animali iniziarono a cibarsi della sua carne.
A quel punto Eekah notò che fra gli animali, un po' più indietro rispetto agli altri, c'era una tagarÿ.
“Forse abbiamo una speranza!”, pensò.
Frattanto Grjusuk aveva attirato l'attenzione di Sathûke:
«Hei! Qui dietro ci sono delle armi!», disse indicando una rastrelliera e prendendo una lunga lancia.
«Ecco perché gli animali esitano! Armiamoci tutti, svelti!»
in pochi secondi tutti i krèmoni avevano un'arma, chi una lancia, chi un'ascia. Si misero in guardia, tutti tranne Eekah.
«Che fai ragazzo?», chiese Sathûke sorpreso.
Eekah avanzava lentamente, tenendo la sua lancia con la punta verso il basso. Si muoveva verso gli animali, che ringhiavano feroci, quasi sorpresi dai movimenti lenti e apparentemente senza timore del giovane krèmone.
Alzò la mano libera, con le dita aperte e rivolse il suo sguardo alla tagarÿ. Disse ad alta voce:
«Non l'ho mai fatto prima! Sathûke, Grjusuk, copritemi mentre cerco di entrare nella mente della tagarÿ, proverò a convincerla ad aiutarci!».
Come fosse stato un segnale, gli animali attaccarono, tutti tranne la tagarÿ.
I krèmoni si difesero e difesero Eekah come un solo corpo. Grazie alla guida di Sathûke e grazie alla loro innata agilità, riuscivano a evitare i lenti attacchi dell'orso nero. Con le armi riuscivano a rintuzzare gli assalti dei leoni, mentre Eekah, concentratissimo, continuava ad avvicinarsi alla tagarÿ, che rimaneva immobile come fosse stregata.
«Pensi che ce la farà?», chiese Sathûke a Grjusuk allontanando un leone con un affondo.
«Se c'è qualcuno che può farlo è lui!», rispose il giovane, «È figlio del Grande Krèmone, lo Spirito della Foresta è potente in lui!».
«Figlio del Grande Krèmone! Per gli dei!».
Lo scontro continuò furioso. Un leone e tre krèmoni erano morti, quando un grido di stupore si levo dagli spalti.
Eekah era balzato in groppa alla tagarÿ e, reggendosi con le braccia inferiori urlò levando la lancia al cielo. Il grosso felino a sei zampe ruggì ferocemente, mentre gli altri animali interruppero l'attacco.
Eekah urlò ai suoi compagni: «Attaccateli adesso! Io andrò loro addosso con la tagarÿ!», e, detto ciò, mandò l'animale all'attacco, lanciandolo sull'orso.
Il combattimento si risolse entro pochi minuti, dopodiché Eekah scese dalla tagarÿ, ringraziandola a bassa voce e tenendola tranquilla mentre i suoi compagni gli si avvicinavano.
«Come hai fatto?», chiese uno stupito Sathûke, ma Eekah non ebbe il tempo di rispondere, poiché dalle dieci porte dell'arena entrarono un centinaio di arcieri che incoccarono le frecce nei loro lunghi archi.
Eekah balzò in groppa alla tagarÿ e i suoi compagni si misero in posizione di combattimento con Sathûke che urlava di tenersi pronti.
Dai ranghi degli arcieri venne lentamente fuori un uomo eccezionalmente alto dalla pelle nera come il carbone. I lunghi capelli lisci erano tenuti fermi da un diadema dorato e ricadevano su una ricca armatura smaltata. Appesa alla cintura portava una lunga spada da combattimento.
Si fermò a circa dieci metri dai krèmoni e alzò le braccia. Gli spettatori smisero immediatamente di rumoreggiare.
Con voce stentorea, l'uomo iniziò un lungo discorso, del quale Eekah riuscì a comprendere anche questa volta qualche parola isolata. Quando terminò, il pubblico rispose con un'acclamazione.
L'uomo si voltò verso i krèmoni e in perfetto Krèmysh disse:
«Oggi avete combattuto bene. Ci avete stupiti: mai nessuno era riuscito ad addomesticare una delle nostre belve. Nel prossimo combattimento la tigre a sei zampe sarà al vostro fianco, se lo desiderate. Adesso, però, deponete le armi e recatevi negli alloggi che vi saranno assegnati. Vi sarà dato da mangiare e da bere, avrete a disposizione letti comodi e tempo per allenarvi. Dopo l'Eclisse di Nebbioso, fra otto giorni, avrete un nuovo combattimento e vi saranno fornite armi migliori».
I krèmoni si guardarono dubbiosi l'uno con l'altro, poi con un cenno, Sathûke fece intendere a Eekah che poteva parlare per tutti loro con l'uomo. Il giovane, senza muoversi dalla groppa della tagarÿ, disse:
«Chi ci garantisce che non ci ucciderete appena avremo deposto le armi?»
«Potrei farvi uccidere anche se le impugnate le armi», rispose l'uomo.
«Già, ma voi sareste il primo a morire. La tagarÿ con un balzo può raggiungervi a questa distanza, lo sapete bene»
«Dallo per scontato. Continua»
«So di parlare anche a nome dei miei compagni dicendo che preferiamo morire con le armi in pugno, piuttosto che essere uccisi a tradimento, oppure tornare a subire le privazioni degli ultimi giorni».
L'uomo non mosse un muscolo e la sua espressione non era cambiata. Rispose lentamente, soppesando le parole:
«Voi siete il primo gruppo di Krèmŝ che sopravvive a uno scontro nell'arena. Vedete gli spalti? Sono pieni di gente che paga per vedere scorrere il sangue. Il vostro o dei vostri avversari. A questo punto è nel mio interesse che voi rimaniate vivi e in salute, poiché grazie alla vittoria di oggi, al vostro prossimo scontro aumenterò il mio guadagno. Adesso però dovete deporre le armi e uscire dall'arena. Ci sono altri combattimenti in programma per oggi».
Qualcosa nelle parole dell'uomo convinse Eekah, poi assentì. Scese dalla tagarÿ e poggiò la lancia per terra, seguito da tutti gli altri.
Eekah disse all'orecchio della tagarÿ di lasciarsi condurre nei suoi alloggi e la bestia, guardandolo con i suoi occhi verdi fece cenno di aver capito.
Una grande saracinesca si alzò alle loro spalle e, senza voltarsi, gli otto krèmoni superstiti ne oltrepassarono la soglia.
Avevano tanto di cui discutere, ma al momento rimandarono, poiché come aveva detto l'uomo nell'arena, trovarono degli attendenti che li condussero a una sala con un tavolo apparecchiato, colmo di cibo e bevande.
Si sedettero e iniziarono a mangiare con appetito. Non appena ebbero terminato il pasto, Sathûke disse:
«Adesso puoi spiegarci come hai fatto, Eekah».

lunedì 12 dicembre 2011

Eekah - terza parte


Finalmente avevano modo di parlare con gli altri, anche se non molti avevano la forza o il coraggio necessario a raccontare la loro storia. Erano quasi tutti terrorizzati dall'acqua e dalle Lucertole Tonanti, anche se queste ultime stavano tranquille, coccolate dagli attendenti dei cavalieri.
Nonostante tutto, Grjusuk era riuscito ad addormentarsi, forse a causa dello sfinimento.
Eekah riuscì a entrare in confidenza con un guerriero dalle lunghe corna ricurve, raccontandogli la loro avventura sul fiume, fino alla cattura.
«Quali sono i vostri nomi?», chiese il guerriero.
«Mi chiamo Eekah e il mio compagno è Grjusuk, della tribù di Naetleoz».
«Io sono Sathûke della tribù di Atnoonar. È un piacere conoscere due giovani coraggiosi, anche se le circostanze non sono le migliori. Cosa ci facevate così lontani dalle vostre terre?».
Eekah aveva pensato che sarebbe riuscito a controllare la piega della conversazione, ma il senso di autorità che emanava Sathûke lo costrinse a ricredersi:
«Avevo notato già da tempo che tagliavano gli alberi di Belÿanoth... immagino che anche voi ci costruiate sopra le vostre case come facciamo noi. Volevo metterne il Consiglio a conoscenza, ma avevo bisogno di un testimone, per questo col mio amico ci siamo messi in cammino e adesso eccoci qui. Tu sai perché tagliano gli alberi?».
«È a causa di ciò che la mia tribù e quella di Atuvat sono in guerra con gli Uomini Neri da molti anni, ormai. Ci hanno cacciati sempre più indietro e molti di noi sono stati catturati. Anche mio figlio è stato preso. Pensiamo che tagliano gli alberi di Belÿanoth perché sono più resistenti degli altri al fuoco»
«Continuo a non capire a cosa gli servono».
«Si dice che siano in guerra con un popolo del lontano ovest, Uomini Bianchi che vanno per il mare con navi sputa-fuoco. Probabilmente stanno iniziando a costruire navi col il legno del Belÿanoth, sperando così di vincere la guerra».
Eekah era stupito. Non aveva mai sentito parlare di Uomini Bianchi e di navi sputa-fuoco. Certo, quello che Sathûke stava dicendo aveva senso, ma quali erano i programmi per loro?
«Cosa pensi che faranno di noi?»
«Non lo so, ragazzo, temo comunque che lo scopriremo più presto di quanto non ci faccia piacere».
Il viaggio fu lungo e monotono. Gli attendenti dei cavalieri pescavano dal fiume grandi pesci argentati che davano in pasto alle Lucertole Tonanti crudi, i rimanenti, cotti, andavano ai prigionieri.
Nel complesso i tredici krèmoni furono trattati molto meglio che nel viaggio via terra. Erano sempre legati mani superiori e inferiori, tuttavia il cibo era migliore e potevano bere quando ne avevano voglia, non avevano che da chiedere.
Eekah scoprì che i due cavalieri parlavano una lingua diversa dai precedenti carcerieri e riusciva addirittura a comprendere qualche parola qua e là, legata per lo più alla natura e agli animali: “Albèrro” era “albero”, “Nash Tolonuk” era “Lucertola Tonante” e “flüm” era “fiume”, per fare degli esempi. Si stupiva di ciò, e quando ne parlò a Sathûk questi non seppe spiegargliene la ragione.
Dopo tre giorni di navigazione Eekah aveva stretto amicizia con tutti i prigionieri. I due cavalieri li avevano totalmente ignorati, gli attendenti li avevano controllati molto blandamente e i barcaioli si erano occupati solo della navigazione.
Alla sera del quinto giorno, giunsero a un'ansa del grande fiume e il pilota fece accostare la chiatta a un piccolo molo.
Gli attendenti li legarono per il collo uno dietro l'altro, liberarono le mani inferiori e li condussero fuori dalla barca. Furono trasferiti su dei carri scoperti e scortati dai cavalieri per un lungo cammino attraverso campi coltivati e frutteti, fattorie e pascoli.
Non si fermarono neanche durante la notte. La grande Tarij brillava alta nel cielo e illuminava il terreno quasi come nei giorni di mezzo-sole.
Poco dopo l'alba giunsero in vista di quella che Eekah giudicò essere una città degli Umani. Da un'alta collina la si poteva osservare tutta: circondata da alte e possenti mura, era piena di edifici in pietra, da molti dei quali si levavano sottili fili di fumo. Era circondata da un fossato che riceveva acqua dal fiume che scorreva a fianco della città. Ciò che vide non gli piacque affatto: era troppo distante dai canoni di bellezza con i quali era abituato a giudicare le cose e i luoghi.
Quando furono a circa un chilometro dalla porta, furono colpiti dall'odore pungente della città stessa come da un pugno allo stomaco, che mozzò loro il respiro e fece stare male persino i più robusti.
Grjusuk, che era stato particolarmente male durante il viaggio sulla chiatta e non era riuscito a digerire il pesce, si era un po' ripreso durante il viaggio a terra, ma non riuscì a reggere a quell'odore e vomitò il poco che aveva nello stomaco. Così come lui molti ragazzi vomitarono violentemente, qualcuno arrivò persino a sputare sangue.
Entrarono in città attraverso un cancello di ferro ed Eekah ebbe confermata la prima impressione: tutti gli edifici di quel luogo infernale erano di pietra.
Furono condotti in una grande stanza, dove poterono riposare su delle panche di legno e dove fu servito il pranzo: latte, pane, uova e formaggio. Un pasto eccezionale, considerando quello che avevano passato durante l'ultima settimana.
I loro carcerieri furono alquanto gentili. Dopo che tutti ebbero finito di mangiare li condussero uno ad uno in una piccola stanza ove venivano liberati dalle catene, per poi essere portati in un grande ambiente buio.
L'unica luce entrava da delle piccole finestre poste troppo in alto per guardarvi fuori.
Erano confusi, non sapevano che pensare. Molti iniziarono a innervosirsi e pestare pugni alle pareti, ma improvvisamente una delle pareti si alzò, lasciando loro una possibilità di fuga!
Molti si precipitarono fuori dalla stanza, ma Sathûke trattenne Eekahe Grjusuk, uscendo con loro più lentamente: chiaramente non si fidava dei suoi carcerieri.
Appena fuori dalla stanza, la porta si richiuse alle loro spalle e si resero conto di dove si trovavano e del motivo per cui erano stati portati fin lì: erano in una grande arena, con migliaia di Umani che osservavano il macello che stava per avervi luogo.
Tredici krèmoni stanchi e demoralizzati avrebbero dovuto affrontare mezza dozzina di bestie feroci, evidentemente molto affamate, che entravano da altrettante porte dell'arena circolare.

domenica 4 dicembre 2011

Eekah - seconda parte


Si svegliò lentamente, come se non volesse rendersi conto della situazione in cui si trovava. Era sdraiato su un fianco, con le mani legate da manette di ferro. Neppure l'istinto del tempo della sua specie riuscì a fargli comprendere quanto a lungo era rimasto privo di conoscenza. Fitte di dolore lo percorrevano dappertutto a ogni tentativo di muoversi. Si rese conto di essere in un carro: il rumore delle ruote, gli scossoni causati dalla strada.
Appena i suoi occhi si furono abituato all'oscurità, scorse vicino a sé una sagoma familiare. Doveva essere Grjusuk: in che guaio si erano cacciati?
«Grjusuk, amico, sei sveglio? Grjusuk!».
«Uh... si, sono sveglio adesso. Non riesco a muovermi. Dove siamo?».
«Siamo legati e siamo dentro un carro».
«Dove ci portano?».
«Non lo so. Mi sono svegliato adesso anch'io».
Erano legati in modo da non poter cambiare posizione e gli scossoni del carro non facevano che acuire le loro sofferenze.
A un tratto il carro rallentò e si fermò. Eekah cacolò che erano passate circa tre ore da quando si erano svegliati e il brontolio del suo stomaco gli fece supporre che doveva essere circa la seta o la settima ora.
Circa mezz'ora dopo la porta del carro si aprì e la luce che entrò ferì i loro occhi. Entrarono tre uomini armati che slegarono le loro mani superiori, non smettendo di minacciarli con le loro lance. Entrò poi un quarto uomo, che diede loro due scodelle e due cucchiai di legno. Nelle scodelle versò ciò che rimaneva del contenuto di una marmitta, ma l'odore nauseabondo che emanava fece loro rifiutare il cibo. Gli uomini urlarono loro contro e li percossero con le basi delle lance, ma nessuno dei due, nonostante la fame, fu capace di assaggiare quella sbobba.
Con due calci, uno degli uomini rovesciò loro addosso il contenuto delle scodelle, poi furono nuovamente legati e rinchiusi.
«Cosa ci faranno Eekah?», chiese sconsolato Grjusuk.
«Ti ripeto che non lo so! Non fare domande idiote!».
Si pentì subito della sua reazione. Non riusciva a vedere il volto del suo amico al buio, ma si rese conto che le sue parole lo avevano ferito.
«Ascolta, Grjusuk... perdonami. Sono io che ti ho trascinato in questo guaio. È solo che sono anch'io molto nervoso e preoccupato per ciò che ci attende alla fine di questo viaggio».
«No, Eekah. È colpa della mia goffaggine se siamo stati catturati. Pensi che qualcuno verrà a cercarci?»
«Suppongo di si, ma temo che perderanno le nostre tracce arrivati al fiume. Da lì non credo che qualcuno riuscirà a capire cosa abbiamo fatto e di certo non attraverseranno l'acqua».
«Cosa era quello schifo che ci hanno portato da mangiare?».
«Odorava di carne andata a male e c'erano state senz'altro delle verdure dentro. Lo avrei vomitato ancor prima di ingoiarlo».
«Già, anch'io», risero.
Il carro si rimise in movimento per fermarsi cinque ore dopo. Aprirono la porta e fuori era buio. Entrarono i soliti tre uomini armati, ma stavolta slegarono loro le mani inferiori e li costrinsero a scendere dal carro. Misero loro dei collari di ferro con i quali li legarono a un palo lungo circa due metri, poi li spinsero vicino a un fuoco.
Solo allora i due amici si resero conto che facevano parte di una carovana. Altri krèmoni erano stati catturati, ne contarono almeno venti, tutti legati a dei pali, tutti pesti e sanguinanti. Alcuni uomini armati di frusta giravano fra di loro, impedendo a tutti di parlare.
Eekah riconobbe appartenenti alle tribù di Atuvat e di Atnoonar, a giudicare dalla lunghezza delle corna tutti guerrieri adulti e pochi ragazzi appena più giovani di loro. Nessun altro della loro tribù era stato catturato, per fortuna, e non sembravano esserci femmine, altrimenti avrebbero senz'altro sentito le loro urla.
Anche se non avevano molti contatti con gli umani, Eekah, sapeva che i maschi della loro specie si eccitavano a dismisura davanti a una krèmone adulta, tanto da non riuscire a contenersi dall'usarle violenza. Adesso non rimpiangeva più di non aver portato Leeksha con sé.
Non riuscì a dormire quella notte e non poté scambiare informazioni con nessuno, poiché gli uomini li sorvegliarono tutta la notte.
All'alba li fecero mettere in marcia, frustandoli di quando in quando e colpendoli coi bastoni delle lance se cadevano e tardavano a rialzarsi.
La marcia di quel giorno fu un incubo. Due ragazzi della tribù di Atuvat, cui erano appena spuntate le corna, avevano delle brutte ferite e morirono durante il cammino. Furono decapitati e lasciati alle bestie, mentre le teste furono lasciate appese al palo.
Attraversarono un lungo tratto di foresta, facendo una confusione tale da far fuggire qualsiasi animale nel raggio di chilometri.
Fecero solo due brevi soste, giusto per lasciare che i prigionieri bevessero un sorso d'acqua a testa. Altri due morirono quel giorno. Eekah e Grjusuk furono gli unici a non lamentarsi mai, forse perchè erano quelli nelle condizioni migliori, ma ciò non risparmiò loro qualche frustata di tanto in tanto.
Era quasi il tramonto quando davanti a loro si parò una grande radura sulla sponda di un placido fiume dal letto molto ampio.
Si accamparono, e ancora una volta gli uomini li tennero distanti gli uni dagli altri e le guardie con le fruste non staccarono loro gli occhi di dosso, mentre altri uomini accendevano due grandi fuochi.
Neanche quella notte Eekah riuscì a dormire. Si chiedeva dove li stavano portando e se avrebbero mai avuto la possibilità di tornare a casa.
Il mattino arrivò con una grande novità. Gli uomini tolsero loro i ceppi dal collo e li condussero sulla riva del fiume. I krèmoni strabuzzarono gli occhi quando videro due grosse Lucertole Tonanti trainare una grande chiatta.
Gli uomini che cavalcavano le enormi bestie erano alti e indossavano uno strano diadema sulla fronte, identico, anche se più piccolo, a quello legato alla testa delle Lucertole Tonanti.
Gli enormi animali si muovevano su quattro zampe e quando si fermarono iniziarono a mangiare avidamente la carne che veniva loro fornita in grossi tocchi dagli assistenti dei cavalieri, mentre altri sganciavano la chiatta.
I due cavalieri andarono a parlare con quello che sembrava il comandante del gruppo che li aveva condotti lì. Eekah notò uno scambio di denaro e i prigionieri furono fatti salire sulla chiatta insieme alle Lucertole Tonanti.
Dopo un'ora circa iniziarono a discendere il fiume.

Sul racconto "Eekah"

Quando ho iniziato a scriverlo non sapevo ancora dove sarei andato a parare e ancora adessso, che ho terminato la seconda parte, non so come finirà.
Sono certò però che la strada che ho intrapreso non terminerà tanto presto, probabilmente si tratterà di qualcosa di piuttosto lungo.
Krèmone maschio adulto
Spero che saranno in molti a volermi seguire e spero di riuscire ad appassionare qualcuno!

giovedì 24 novembre 2011

Eekah - prima parte


I due ragazzi si muovevano velocemente, saltando da un ramo all'altro aiutandosi con tutte e quattro le mani. Viaggiavano leggeri, non avendo con sé armi pesanti o altri fardelli da portare, com'era tipico per quelli della loro età.
Giunti al fiume scesero a terra. Uno dei due era visibilmente titubante, poiché, come tutti quelli della sua specie nutriva un profondo terrore dell'acqua.
«Eccoci, Eekah. Come dovremmo fare a passare dall'altra parte? Il fiume scorre troppo impetuoso per i miei gusti e io non ho voglia di fare il bagno!».
Eekah lo guardò in tralice, giudicandolo probabilmente un codardo. Lui non temeva l'acqua, d'altronde era il figlio del Grande Krèmone e non poteva di certo permettersi paure di sorta, se voleva ereditare la guida della tribù.
«Dovremo trovare un modo, come feci io lo scorso sole pieno. Dovrò avere un testimone quando andrò a riferire al Consiglio ciò che ho visto, altrimenti non mi crederanno. Se vuoi, sei ancora in tempo per tornare indietro, Grjusuk, ma così dovrei chiedere a qualcun altro di accompagnarmi... magari a Leseksha».
«Una femmina? No, ti seguirò. Solo che ho una paura dannata di questo fiume, accidenti! E ti ripeto: come faremo a passare di là?»
“È generoso”, pensò Eekah, “ma non sarà mai all'altezza di guidare una banda in battaglia. Pazienza”. Voleva bene al suo amico, ma si rendeva conto dei suoi limiti e in quel momento lo stava intralciando.
«L'ultima volta io l'ho attraversato a nuoto, ma non sarà necessario, questa volta. Vieni, ti mostro una cosa».
Lo guidò lungo la sponda, risalendo la corrente per un centinaio di metri, fino a dei giunchi. Lì aveva nascosto un tronco che aveva rozzamente scavato per farne una canoa.
«Non è granché, lo so, ma ci aiuterà a passare sull'acqua senza bagnarci! Ho visto degli umani che le usavano e filavano come il vento!».
Grjusuk non sembrava granché convinto della trovata dell'amico, ma non espresse i suoi dubbi, poiché non voleva nuovamente essere preso per codardo.
Spinsero la canoa in acqua e vi saltarono dentro. La corrente li trascinò verso il centro del fiume, poi iniziò a spingerli a valle. Soltanto allora si resero conto di aver commesso un errore grossolano: l'inesperienza sull'acqua della gente della foresta aveva fatto loro dimenticare uno strumento per governare la canoa! Erano in balia del fiume.
Eekah si sforzò di mantenere la calma e rassicurò il suo compagno, ammonendolo di non agitarsi troppo, che altrimenti avrebbe fatto rovesciare la barca.
Fortunatamente per loro la corrente non era forte e li condusse placidamente per diversi chilometri.
«Dove pensi che finiremo?», chiese Grjusuk quando si fu calmato un po'.
Eekah cercò di infondere ottimismo al suo compagno:
«Lasciami riflettere. Stiamo viaggiando veloci e gli alberi sulle sponde sono ancora molto fitti. La direzione è più o meno quella che avremmo dovuto seguire via terra, quindi penso che arriveremo lì dove volevo portarti... e anche più in fretta di quanto pensassi!».
«E come ci fermeremo?»
Temeva quel momento.
«Non pensavo di arrivare via fiume, ma sono stato un idiota a non pensare che avremmo avuto bisogno di un palo per governare la canoa. Ad ogni modo, affronteremo il problema quando si presenterà».
I due ragazzi si sentivano nudi, troppo esposti, su quella barca, senza la confortante protezione degli alberi sotto i quali erano sempre vissuti. Perfino Eekah iniziava a dare segni di nervosismo per tutta quell'acqua attorno a loro. Grjusuk a un certo punto non era più riuscito a trattenersi e, senza nemmeno sporgersi fuori, aveva vomitato la colazione del mattino e la cena del giorno prima.
Il fiume, fortunatamente, continuava a scorrere placido, ma l'ambiente iniziò a mutare. Una colonna di fumo in lontananza, il lento diradarsi degli alberi sulle sponde e l'odore acre che iniziarono a percepire con il loro potente olfatto, misero Eekah in allarme, mentre il povero Grjusuk stava tremendamente male e vomitava ancora.
«Dai, amico! A momenti dovremmo arrivare! Accidenti se viaggia veloce il fiume! A terra avremmo impiegato quasi tutto il giorno per arrivare, mentre a giudicare dal sole sarà appena passata l'ora del pasto meridiano».
Grjusuk, con uno sforzo ammirevole, finse interesse:
«Descrivimi cosa ci aspetta, Eekah»
«Umani. Decine di umani che ammassano i tronchi tagliati degli alberi della foresta. Poi un grande edificio dei loro, dove portano i tronchi con dei carri e dal quale esce un fumo scuro e fetido. Puoi già sentire l'odore. Il fumo è laggiù, vedi? Stanno facendo scempio della foresta, volevo parlare di questo al Consiglio.
«Il fiume si allargherà e forse riusciremo ad avvicinarci alla riva abbastanza da raggiungerla a nuoto. Una volta arrivati dovremo stare molto attenti. Non so cosa potrebbero farci gli Umani se ci trovassero».
«Lo sapevo che avrei finito per fare il bagno! Per gli dei, Eekah! Non vedi che sto male? Non credo proprio che riuscirò a nuotare».
«Certo che ce la farai! Altrimenti andrai giù... eccoci! Stai giù!».
La rozza canoa era infine giunta a un'ansa del fiume molto ampia, che curvava sulla sinistra. C'erano punti in cui l'acqua ristagnava e alcune secche. La canoa rallentò, avvicinandosi alla riva come aveva previsto Eekah.
«Ora! Tuffiamoci!» e si lanciò.
Al momento di gettarsi in acqua, però, il contraccolpo causato dal tuffo di Eekah sbilanciò Grjusuk, che cadde in acqua con un forte tonfo e un grido. Il rumore attirò l'attenzione degli uomini che lavoravano nei paraggi.
Eekah, confuso, cercò di aiutare l'amico e riuscì a tenergli la testa fuori dall'acqua. Poco a poco, nuotando raggiunse la riva, ma nel frattempo erano arrivati anche gli uomini, cui sentiva urlare frasi incomprensibili.
C'era solo una parola che ricorreva più spesso di altre e che Eekah riconosceva come offensiva nei loro confronti: “scimmie!”.
Senza tanti complimenti, diedero loro una botta in testa ciascuno e fu il buio.

mercoledì 2 settembre 2009

Il Rapimento

L'aria fumosa della taverna aveva impregnato i muri, rendendoli più scuri di quanto già non fossero in origine. Gli avventori facevano la spola fra i tavoli e il bancone portando bottiglie di vino e, a volte, piatti con interiora di vitello e cipolla bagnati con limoni. Ai tavoli si giocava al tocco, si discuteva animatamente e c'era un atmosfera rilassata di giovialità e cameratismo.
Fra tutti i clienti del locale, solo Vathor era seduto al bancone con un unico bicchiere di grappa davanti. Non lo aveva ancora toccato, eppure parlava come un ubriaco, lamentandosi della crudeltà della vita e della sua terribile sorte con quella vocetta che più volte lo aveva reso ridicolo alle riunioni di piazza.
Quel giorno, tuttavia, aveva un ottimo motivo per lamentarsi della sua sfortuna. Sua figlia Ryella era stata rapita tre giorni prima e suo fratello Seppe, capo della milizia del barone, non era stato ancora in grado di trovare alcunché.
Vathor aveva promesso un premio in denaro a chi avesse trovato la figlia o a chi avesse fornito indicazioni utili al suo ritrovamento. Poiché era uno dei cittadini più facoltosi di Baha'rya, in molti si erano presentati da lui millantando informazioni che si erano rivelate assolutamente fasulle.
Quel giorno, alla taverna, entrò uno straniero. Aveva l'aria di chi sa il fatto suo, infatti il suo volto era segnato da cicatrici, al fianco sinistro portava una lunga spada dall'elsa molto elaborata e l'impugnatura di un pugnale faceva capolino dallo stivale destro. Una sudicia cappa bordeaux, che ai suoi tempi doveva essere stata bellissima, gli copriva le spalle possenti.
Non c'erano dubbi: sia l'odore emanato, sia il senso generale di sporcizia della sua intera figura, lasciavano intendere che l'uomo non doveva essere molto avvezzo a lavarsi.
Logher, il padrone della taverna, gli lanciò uno sguardo in tralice quando si avvicinò al bancone.
"Salutiamo" disse lo straniero con voce roca.
"Salute a te straniero" rispose Logher "cosa bevi?"
"Dammi un bicchiere di zibibbo"
"Eccoti servito. C'è cosa?"
Prima di rispondere, lo straniero portò il bicchiere alla bocca versandovi un lungo sorso della dolce bevanda liquorosa.
"Si, oste, c'è cosa. Intanto il tuo vino è buonissimo" posò il bicchiere pieno ancora per metà sul bancone e continuò "Vengo da Vaucchin e oggi ho visto qualcosa di strano sul Monte della Cava”
“Cosa hai visto di strano sul Monte della Cava?”
“Impronte”
“Impronte? Che vuol dire che hai visto delle impronte? Ci sono migliaia di animali su quella montagna e non è strano che tu abbia visto delle impronte. Bah, c'è gente strana in giro” concluse l'oste ridendo.
Lo straniero, impassibile, continuò:
“Il genere di impronte che ho visto non si trovano solitamente in queste lande. Uomo, io sono un cacciatore di orchi ed è l'impronta di un orco che ho visto in montagna”
L'interesse di Vathor fu catturato all'improvviso: era risaputo che gli orchi rapivano le donne e i bambini degli umani! Zittì l'oste che stava per rispondere allo straniero a cui si rivolse con cortesia:
“Mi dica di più sulle impronte che avete visto, straniero... c'erano altre... insomma, avete visto altro?”
Lo straniero osservò attentamente Vathor, forse pensando che non poteva essere stato un uomo a parlare con quella vocetta che si ritrovava. Sembrò valutare la possibilità di lasciar perdere quell'ometto insignificante, tuttavia rispose con garbo:
“Ho visto altro, si. Le impronte indicavano chiaramente che stava dirigendosi verso l'altro versante della montagna e che portava con sé un peso leggero: quaranta, forse cinquanta chili”
“Mia figlia!” esclamò Vathor “Poteva essere una ragazza?”
“Non so che dirle: avrebbe potuto essere anche un piccolo cervo o un lupo...”
“No, deve essere mia figlia... senta, non vi andrebbe di guadagnare trenta lire?” propose Vathor.
“Trenta lire? Chi devo ammazzare?” rispose lo straniero ridendo.
“No, non dovete ammazzare nessuno! Dovreste trovare le tracce dell'orco e portare indietro mia figlia... vi prego”
Lo straniero guardò Vathor con compassione. Era evidente che si sentiva attratto dalla promessa di pagamento, tuttavia si mostrò riluttante:
“Non so se ho voglia di tornare su quelle montagne. Se si tratta davvero di un orco potrebbe essere molto pericoloso...”
“Cinquanta lire” rispose interrompendolo Vathor.
“Beh... allora, messa così non si può rifiutare!”

Vathor attese al confine meridionale il ritorno dello straniero con la figlia rapita. Iniziò a piovere, ma Vathor non si mosse e fu sera e fu mattina.
Piovve tutto il giorno successivo: la moglie lo pregò di tornare a casa, di lasciare che gli eventi prendessero la loro piega, ma il pover'uomo non volle sentire ragioni. Mangiò un tozzo di pane e bevve due sorsi d'acqua e fu sera e fu mattina.
Smise di piovere e fu sera e fu mattina, ma Vathor ancora non si mosse. Era certo che lo straniero avrebbe riportato la figlia. Non gli importava più se viva o morta, voleva soltanto rivedere il volto d'angelo della sua bambina.
All'alba del terzo giorno comparve all'orizzonte un cavallo. Proveniva dalla pista del Monte della Cava.
“È lui! Ha riportato mia figlia!”
Vathor era felice come non mai, abbracciò la figlia spossata, la coprì col suo mantello, impaziente di sapere come erano andate le cose. Lo straniero, ferito alla testa, chiese di potersi riposare, prima di iniziare il racconto. Vathor lo ospitò, lo curò, gli diede da mangiare e da bere.
Il racconto che ne ottenne lo appagò totalmente, lo straniero aveva ritrovato le tracce dell'orco e le aveva seguite anche quando era cominciata la pioggia. Nonostante fossero via via sparite non si era arreso e, procedendo d'intuito, aveva trovato la grotta dell'orco. Il mostro sentendosi braccato era uscito per affrontarlo; aveva lottato a lungo senza però riuscire a ucciderlo, tuttavia lo aveva messo in fuga. Avrebbe voluto inseguirlo, disse, ma aveva preferito riportare la bimba dal padre prima di riprendere la caccia.
Quando ripartì con le cinquanta lire di compenso al sicuro dentro la sua borsa, uno strano sorriso era stampato sul volto dello straniero.
In città non lo videro mai più.

“Abbiamo fregato anche quegli stupidi, Krk. Ecco, tieni la tua parte”
“Grazie. Mrgh... sento che ti sei lavato. Puzzi da fare schifo!”
“Io puzzo? Fetente di un orco, a furia di frequentarti non so più cosa significa lavarmi per non offendere le tue delicate narici... grosso idiota, non hai idea di come sia rilassante stendersi in una vasca di acqua calda piena di sapone... aah, che goduria è stata!”
“Goduria? Brrr, mi vengono i brividi al solo pensiero... piuttosto, hai mangiato bene? Mi hai portato qualcosa di gustoso?”
“Tieni, ho un bellissimo zampone tutto per te... anche se preferirei cuocerlo e mangiarlo anch'io”
“Cuocerlo? Sei pazzo! Questo è ottimo così”
L'orco addentò lo zampone mentre Anthon, sorseggiando del buon vino di Baha'rya, descriveva con la sua voce roca il momento del ricongiungimento fra padre e figlia.