lunedì 14 settembre 2009

Diario

Ieri ho ucciso un uomo.
L'ho sorpreso a rubare della benzina dalle nostre scorte e mi ha assalito con il coltello. Ho reagito istintivamente tirando fuori la daga e conficcandogliela nello stomaco mentre con l'altra mano paravo il colpo che mi avrebbe accecato. Anche lui mi ha colpito, un taglio allo zigomo sinistro. Mi hanno ricucito con cinque punti.
Ieri ho ucciso un uomo.
È la prima volta che uccido un uomo. In quei pochi istanti non ho avuto il tempo di riflettere. Vedendolo correre verso di me con gli occhi spiritati e con il coltello in mano, il mio corpo ha reagito da solo, non era guidato dalla mia coscienza. Ho spostato il baricentro lateralmente, ho impattato il suo braccio quanto bastava per deviare il suo colpo e ho affondato la mia lama nel suo ventre. Non è morto immediatamente. Ho chiamato aiuto pochi istanti dopo e qualcuno è arrivato. Non hanno potuto fare molto. Lo avevo passato da parte a parte, probabilmente perforandogli lo stomaco e rompendogli un paio di costole. È morto dissanguato.
Ero sconvolto, terreo in volto, mi hanno detto. Non mi resi conto di ciò che era successo fino a quando non sono arrivato di fronte a mio padre, molti minuti dopo.
Il volto di mio padre sembrava fatto per ridere. Le sue labbra ridevano spesso, ma i suoi occhi non lo facevano mai. Nemmeno ieri.
Tornava da una spedizione, nel corso della quale avevano dato battaglia ai giovani teppisti della città bassa. Federico gli ha raccontato cosa era accaduto e mio padre si è complimentato con me, dicendo: «Hai compiuto il tuo dovere, Nino», ma i suoi occhi erano freddi.
Immagino che avrebbe voluto un futuro diverso per me e mia sorella.
Ho ricordi di quando ero bambino, di quando ancora il mondo non era andato avanti.
Io, mio padre, mia madre e mia sorella, seduti attorno alla nonna che ci leggeva le storie del nonno, l'uomo del quale porto il nome. Il nonno raccontava storie. Le aveva raccontate ai suoi figli sin da quando erano neonati e mia nonna le aveva conservate tutte. Ci leggeva le storie del nonno, storie di magia e storie di principesse guerriere, storie di mondi inesistenti che si facevano più veri del vero tramite la voce di mia nonna Daniela.
Ricordo mia zia e i miei cugini, quando andavamo tutti nella casa sul mare. Giocavamo fra le onde o nel giardino con gli animali. Fu lì che a sei anni trovai l'arco del nonno. Lo stesso arco che ancora oggi porto con me.
Da allora il mondo è andato avanti. E ieri ho ucciso un uomo.
Era vestito rozzamente: un paio di jeans sdruciti, una camicia a quadri di flanella, una giacca di lana marrone e un berretto con la visiera. Le sue scarpe erano bucate.
Accogliamo spesso i viandanti: diamo loro da mangiare, un tetto dove ripararsi dal freddo o dal caldo. Purché non ci chiedano di essere pagati. Purché non tocchino la nostra benzina o le nostre scorte.
Mio padre dice che in questi tempi difficili l'ospitalità è indispensabile: «Altrimenti diventeremmo come bestie», dice.
Anche a quest'uomo avevamo dato ospitalità. Poteva avere trent'anni ed era affamato. Magro e febbricitante. Gli avevamo preparato una zuppa di verdure con qualche pezzo di carne, gli avevamo dato una fetta di pane. Nottetempo si era accucciato in un angolo dell'androne, alla destra della testa in bassorilievo che mi faceva tanta paura quando ero piccolo.
Mio padre era partito qualche minuto prima dell'alba e l'uomo era rimasto fermo al suo posto, nonostante il trambusto dei cavalli. Avevo pensato che doveva essere molto stanco e lo avevo lasciato lì. Poi aveva tentato di rubare la benzina e io l'avevo fermato. Io l'avevo ucciso.

Sono rientrato in casa per fare colazione e un brivido mi percorre la schiena appena mi siedo a tavola. Mia sorella mi guarda con i suoi occhi verdi e mi fa vedere ciò che sta osservando: nelle nebbie del futuro è ben chiara la visione di tutto ciò che è già accaduto. Io ucciderò un uomo.
Come in un film, si dipana anche nei miei occhi ciò che è già accaduto in un possibile futuro. A quel punto so cosa farò.
Domani ucciderò quest'uomo. Quest'uomo in piedi davanti a me.
«Chi sei?» gli chiedo.
«Mi chiamo Benedetto» risponde «so che fate dono della vostra ospitalità»
È vestito in abiti dimessi: jeans sdruciti, camicia a quadri di flanella e giacca di lana marrone. Un berretto con la visiera
«Entra pure» gli dico «non neghiamo l'ospitalità a chi ce la chiede. Non tolleriamo però furti o altri comportamenti scorretti nei nostri confronti» gli sto dando una nuova possibilità.
«Grazie, davvero mille grazie» mi dice.
Il suo sguardo sfuggente mi da la conferma che stavo cercando: è lui.
Benedetto mangia al nostro desco. Benedetto dorme nell'androne. Benedetto aspetta che mio padre sia partito, prima di andare a scassinare la serratura che chiude il magazzino della benzina.
Adesso so: oggi ucciderò quest'uomo.