martedì 13 aprile 2010

Lo Spadaccino di Zyz - Prima parte

Ci sono cose che dovrebbero rimanere sepolte e non avere la possibilità di muoversi liberamente nell'animo umano.
Ci sono cose che andrebbero taciute per sempre e non trovarsi a rivangare ossessioni e angosce chiuse nella mente.
Al contrario, certi problemi vanno affrontati ed eliminati, perché, al pari delle angosce e delle ossessioni lasciate libere di muoversi, possono portare un uomo alla dissoluzione.
Yznar Yne Reb'un, l'Inquisitore

Lo Spadaccino di Zyz – Prima parte

Il mio nome è Neeno Daedem e sono uno spadaccino, addestrato alla scuola di Zyz. Fin dalla più tenera età ero stato addestrato all'arte della guerra e del combattimento tanto che non avevo ricordi precedenti al monastero. Il giorno del mio diciottesimo compleanno, il mio maestro, il Mago Zoras, disse di non avere più nulla da insegnarmi. Qualsiasi altro insegnamento avrei potuto prenderlo dalla Via o dalla vita.
Molti spadaccini provenienti dalla mia scuola finivano per fare le guardie del corpo dei potenti e si facevano uccidere in scaramucce con banditi o in agguati fatti da bande rivali. Così avvenne per gli altri allievi della mia generazione quando, qualche anno dopo, lasciarono la scuola.
Non era destino per me, quello: sentivo che la mia crescita interiore non si era ancora interrotta. Ogni uomo che avrei ucciso avrebbe lasciato dentro me una traccia profonda, un senso di ineluttabilità che prima o poi, lo sapevo già, avrebbe sublimato le paure e le incertezze, rendendomi libero.
Zoras non si stupì quando decisi di seguire la Via della Spada così come era intesa al tempo della sua gioventù, molti anni prima.

Percorrevo la Via da circa un anno e da due notti avevo lasciato Ázzarin in direzione di Gusal'hybra, capoluogo del sud. Camminavo per una strada attraverso le verdi colline primaverili dell'Isola di Adaghôs e il giorno prima avevo attraversato il fiume Hymmere, il cui letto in quella stagione era ridotto a un grande pantano maleodorante. Il fiume era straripato inondando la campagna circostante e, quando si era ritirato, aveva lasciato il terreno argilloso della carrettiera duro come pietra, tranne in alcuni punti, ove l'acqua era rimasta più a lungo e rendeva il percorso molle e appiccicoso.
Era il decimo giorno Poŝjul'ost quando, da un'alta collina, scorsi un villaggio. Si trattava sicuramente di Ácatoy e, mettendomi di buon passo nonostante fossi piuttosto stanco mi proposi di raggiungerlo prima che facesse buio. Avrei cercato un letto per quella notte, non mi andava di stare all'aria aperta.
Giunto in paese mi incamminai verso dove pensavo fosse la piazza. Mancavano tre dita al tramonto e tutto era stranamente avvolto da un silenzio ovattato, il che rendeva l'abitato piuttosto inquietante. Le strade polverose erano deserte e le persiane delle prime case che vedevo da tre giorni a quella parte erano stranamente chiuse. I canali di scolo erano asciutti, segno che non pioveva da almeno dodici-tredici giorni e si era in crisi d'acqua.
Quando arrivai nella piazza si levò un leggero vento di bauluro, umido e soffocante: avrebbe piovuto fango di lì a qualche giorno. Un piccolo abbeveratoio alla mia destra era frequentato da un asino impastoiato che si dissetava e da tre ragazzini che giocavano con l'acqua. Di fianco era una locanda, sotto il cui patio sonnecchiavano due anziani. Accanto a loro era seduto quello che doveva essere il padrone dell'asino: un uomo armato di moschetto e spada lunga che mi guardava in tralice da sotto un berretto consunto. Mi sembrò di poter leggere nei suoi pensieri:
“Chi diamine è questo straniero? Lo torchierò per bene prima di farlo entrare!”, così ragionavano gli sgherri a quel tempo. Doveva essere un Sicario, ma in quel momento lo ignorai poiché non rappresentava un pericolo: dubitavo che facesse parte di una qualsiasi scuola.
Di fronte a me un Sohostero, un tempio di Muhadd, si ergeva inverosimilmente grande per un villaggio tanto piccolo. L'architettura era tipica: doveva misurare almeno venti metri in altezza e altrettanti in larghezza. Numerose statue di santi e monaci-guerrieri ne ornavano l'alta facciata, posta di fronte all'unico ingresso nella piazza. Altri cinque lati, tutti ugualmente decorati e con numerose finestre formavano il perimetro esterno.
Continuai a osservare la piazza circolare. Alla sinistra del tempio c'erano delle belle abitazioni private, tutte con le persiane sbarrate, e delle botteghe, tra le quali quella di un artigiano del legno. Proprio da questa venne fuori un uomo vestito poveramente che s'incamminò verso di me, veloce quanto la sua gamba zoppa gli permetteva.
Con la coda dell'occhio notai che il sicario si era spostato, mettendo il suo moschetto sulle cosce e il dito sul grilletto. “Proverà a spararmi?”, mi chiesi.
Mi voltai verso lo zoppo, con i muscoli in tensione come quelli di un felino. Mi raggiunse e si fermò a un paio di metri da me, distanza che a quel tempo indicava rispetto per qualcuno che si riconosceva come pari.
L'uomo si inchinò ed esordì con una formula di rito che mai mi sarei aspettato di ascoltare in quel luogo:
«La Lama Grande non si spezzi mai, Mutatore».
Stupito, mi inchinai anch'io allo stesso modo e risposi come mi era stato insegnato al tempo del mio apprendistato:
«E le Altre Lame possano sempre essere affilate, Mutatore».
A quel punto osservai meglio il mio interlocutore e solo allora notai i tipici tatuaggi a forma di losanga sulle sue tempie, le spalle imponenti e le cicatrici da taglio sulle braccia muscolose. Come me, aveva percorso anche lui la Via della Spada. Per quale motivo si era fermato in quel luogo dimenticato dagli dei e non si era recato a Zyz per farsi curare la gamba ferita?
«Benvenuto, compagno spadaccino», mi disse, «posso offrirti una granita e un letto per la notte?»
La domanda mi parve assai strana: i Mutatori non possedevano nulla, tanto meno una casa, ma risposi ugualmente con cortesia, riservando per dopo le domande:
«In effetti stavo per andare a prendere qualcosa da bere e a chiedere un letto alla locanda, dunque mi farà piacere usufruire della tua ospitalità, compagno spadaccino, ma prima vorrei conoscere il tuo nome».
I sensi mi avvertirono che avevamo attirato l'attenzione non solo dei vecchi e dei ragazzi presenti sulla piazza, ma anche di alcuni abitanti nascosti dietro le persiane. Dunque il paese non dormiva.
Soprattutto, però, mi resi conto ancora di più che il sicario era molto interessato al nostro incontro. Mi chiesi cosa potesse significare tanta attenzione.
La risposta del mio confratello non si fece attendere.
«Il mio nome è Xa'yum Fowra, il tuo?»
«Il mio nome è Neeno Daedem e accetterò volentieri ciò che hai da offrirmi Xa'yum. Attendi solo un minuto».
Mi voltai e in due salti fui addosso al sicario, tanto che questi, per la sorpresa, perse l'equilibrio.  Sarebbe caduto dalla sedia se non avesse appoggiato il calcio del moschetto a terra. Colsi l'attimo.
Avevo sguainato la spada corta e afferratolo per il bavero della camicia ne poggiai la lama contro la sua gola.
«Per quale motivo nutri tanto interesse per me, uomo?», gli chiesi.
«È mio dovere, straniero. Non capita ogni giorno di veder arrivare in paese un uomo con tre spade e un coltellaccio. Sono un addetto alla guardia cittadina e ti conviene lasciarmi immediatamente, prima che arrivino i miei compagni!».
La sua risposta spavalda mi piacque, proprio perché mi rendevo conto della paura che provava in quel momento. Ammirai il suo sangue freddo.
«Hai ragione “guardia”», non mollai la presa, ma rinfoderai la spada. «Dovrei lasciarti andare. Ma chi mi dice che poi tu non mi sparerai alle spalle quando mi sarò allontanato?». Detto ciò, lo spinsi contro la parete della locanda, mentre afferravo il suo moschetto. Subito dopo, sbattevo l'arma con violenza sul terreno, rendendola inservibile.
«Adesso sto più tranquillo. Se vorrai cercarmi e se saprai spiegare ai tuoi superiori come hai fatto a farti distruggere l'arma, sappi che potrai trovarmi a casa del buon Xa'yum. Salutiamo la compagnia», dissi, rivolgendomi ai vecchi, che avevano osservato tutto in silenzio, ma con lo sguardo scioccato.
Mi voltai e seguii il mio ospite, che non menzionò mai quanto era accaduto.
Entrammo nella bottega. Attrezzi, qualche lavoro finito e molti altri iniziati erano disposti con cura e ordine. Xa'yum serrò la porta e accese una lampada a olio, facendo strada verso una porticina che dava sul retro, dove si trovava l'abitazione vera e propria.
Parlammo molto quella sera, così venni a conoscenza del motivo per cui si sera stabilito in quel villaggio dimenticato dagli dei. Percorreva anche lui la Via della Spada: a quel tempo era più usuale che accadesse. Quindici anni prima era giunto ad Àcatoy e aveva cercato un avversario da sfidare.
Il giovane Inquisitore del villaggio aveva accettato la sfida e lo aveva sconfitto sonoramente, recidendogli i tendini della gamba destra e menomandolo per sempre.
Non era più ripartito perché si era innamorato della figlia del medico che l'aveva curato, Kat'etryn. Dopo qualche tempo l'aveva sposata, ma questa era morta dando alla luce loro figlia. La ragazza, Lilijan, adesso aveva quasi tredici anni e si trovava a casa di una zia per imparare i lavori domestici.
Senza preambolo disse:
«Ho notato che le tue losanghe sono vuote. So cosa significa e immagino tu aspiri alla losanga frontale... e forse a qualcosa di più».
«I fusi», conclusi per lui.
«Già, i fusi». Il suo volto era contrito, come se un peso gravasse nella sua mente. Forse il rimpianto per la Via abbandonata Dopo una breve pausa, proseguì:
«Quando arrivai qui ad Àcatoy anche io non ero mai stato sconfitto e avevo qualche anno in più di te adesso. Quando lotterai con l'Inquisitore... si ho detto “quando”, non ho detto “se”... il tuo era anche il mio modo di essere un tempo... quando lotterai con l'Inquisitore fai molta attenzione, il suo Potere va al di là di ciò che viene insegnato all'accademia. Non posso spiegartelo meglio, purtroppo, un'Inibizione mi impedisce di parlarne, ma dovrai prestare molta attenzione.».
Era noto che gli Inquisitori praticavano la magia e che spesso erano abili spadaccini, ma non avevo mai sentito parlare di un Inquisitore che aveva sconfitto anche il meno abile dei Mutatori di Zyz. A quanto pare avevo trovato il mio avversario!
«Ti ringrazio peri consigli, Xa'yum, ne terrò conto».
«Un'ultima cosa, ti prego», concluse. «Qualsiasi cosa tu abbia deciso di fare, sappi che sarò al tuo fianco nella battaglia. Avrai tanti nemici da affrontare e non lascerò un mio confratello da solo. Inoltre è da anni che mi preparo per la vendetta, così come ho preparato mia figlia a vivere senza di me. Sono disposto a morire per riscattare il mio onore».
Detto ciò, mi lasciò solo.
Subito dopo cercai di svuotare la mente e mi addormentai, finalmente tranquillo dopo non so più quanto tempo. Non mi importavano le motivazioni del mio ospite: ciò che mi interessava era che finalmente, dopo tanto vagare, sembrava avessi trovato un avversario degno di tale nome!