lunedì 21 novembre 2011

La Bestia


Era calata la nebbia, improvvisa e silenziosa, e l'umidità iniziava a penetrare nelle ossa. Erano tutti abituati a muoversi senza fare il minimo rumore, eppure, in quell'ambiente fattosi spettrale, ogni singolo respiro, ogni passo, ogni fruscio dava l'impressione di un rombo di tuono alle orecchie di Jesànder. Alzò il pugno per fermare la colonna di fanti e il suo luogotenente, Driscoll, gli si avvicinò, ma non aprì bocca: sapeva che il Capitano stava concentrandosi per sfruttare l'udito acuto della sua gente.
Il sussurro con cui gli si rivolse lo fece trasalire, ma riuscì a comprendere appieno il significato: nel loro linguaggio di battaglia li avvertiva di prepararsi a uno scontro imminente con un imprecisato numero di nemici.
“Fegato”, fu portato di bocca in orecchio in pochi istanti lungo tutta la colonna: tanti piccoli bisbigli seguiti da altri caratteristici rumori indicarono a Driscoll che gli uomini si disponevano alla battaglia secondo lo schema adottato decine di volte in queste situazioni. Anche gli uomini sapevano che i koklapyani si facevano proteggere dalla nebbia per preparare le terribili imboscate con cui difendevano la loro terra: comparivano all'improvviso, uccidevano il maggior numero di nemici, davano fuoco ai carri con le vettovaglie e sparivano.
Spesso Driscoll si era domandato se valesse davvero la pena tenere fede all'ingaggio, se non sarebbe stato meglio per loro oltrepassare di nuovo le montagne e tornare a combattere a sud, tra le carovane e le sabbie roventi per qualche mercante di Asklepija. Ne aveva parlato spesso a Jesànder durante quella missione, ma da quell'orecchio sembrava non sentirci. Si diceva fosse stato stregato da quel Lord Aëshvèll quando aveva combattuto con lui a est e che poi lo avesse seguito dappertutto.
Certo, il Capitano era molto competente e la paga ottima, ma era sufficiente per affrontare una guerra come quella, in un a landa tanto ostile? Non c'erano città da saccheggiare, né bordelli da visitare.
Perso nei suoi pensieri, si rese contro che Jesànder aveva iniziato a parlare solo perché la condensa che usciva dalla sua bocca era aumentava considerevolmente. Aveva perso l'inizio della frase:
«... solo un falso allarme. Fermiamoci un po' qui, Driscoll. Con questa nebbia rischiamo di perdere la pista e, data l'ora, un luogo vale l'altro. Che non allentino la guardia. Però: che tengano indosso le corazze e le armi a portata di mano, intesi?»
«Sissignore, Capitano!». Si allontanò per dare gli ordini.
Driscoll si era distratto. Jesànder se n'era reso conto immediatamente, ne aveva sentito il respiro e i battiti del cuore avevano accelerato, non come quando ci si prepara a uno scontro, ma nel modo in cui fa quando si sogna a occhi aperti. Sicuramente pensava a qualche ragazza che aspettava i suoi regali in un bordello di Asklepija: come dargli torto? Li aveva trascinati in quella terra dagli dei estranei e crudeli, dove il meglio che potesse capitarti era la dissenteria nei grandi accampamenti, l'umidità della brughiera e con un nemico che rifuggiva gli scontri diretti.
Se avesse dovuto scommettere sui pensieri della compagnia, avrebbe certo puntato su qualcosa di simile a quello che aveva in mente Driscoll. Lo chiamò.
«Si Capitano»
«Ho preso una decisione: se tra una clessidra la nebbia non si sarà alzata ci rimetteremo in marcia», dall'ampio mantello di lana trasse fuori una piccola mappa. «Pista o meno, sappiamo che dobbiamo andare a nord-est per ricongiungerci al resto della truppa. Hai ancora con te quella bussola da tasca?»
«Sissignore. Ci tengo molto e la porto sempre addosso, specie da quando combattiamo in mezzo a questo... beh, come dire, a questo macello, Signore».
«Ottimo. Una clessidra, passa la voce e tieni la retroguardia».
Doveva sempre dare a quell'uomo qualcosa da fare: era un ottimo combattente, veloce, scaltro e soprattutto sobrio, ma non era capace di concentrazione. La sua mente, dopo pochi secondi di inattività, iniziava a vagare in chissà quali direzioni. Quel luogo e quella guerra lo stavano rendendo inaffidabile come luogotenente, forse doveva assegnarlo a una nuova mansione.
Un urlo nella sua testa spazzò via ogni pensiero:
«Allarmi!», urlò a sua volta.
Gli era già capitato in altre occasioni di sentire delle urla nella mente e ogni volta ne era seguito uno scontro. Anche quella volta fu così.
Sentì voci concitate, degli spari, Driscoll che ordinava di disporsi su due linee:
«Picche avanti, moschetti dietro, muovetevi!».
L'attacco viene dalla retroguardia. Quanti saranno?”, pensò Jesànder. Prese con sé dieci spadaccini e ordinò al sergente Umagh di tenere il fronte. Aggirò dalla destra la formazioni disposta da Driscoll, mentre i moschettieri aprivano il fuoco.
Il suo gruppo intercettò i nemici sul fianco e, giunti a pochi passi, scaricarono loro addosso le pistole, usandole poi come mazze con la mano libera dalla spada. I picchieri caricarono e lo scontro si concluse in pochi minuti. Gli assalitori erano pochi e male organizzati.
«Feriti, Driscoll?»
«Due, in modo leggero, possono marciare»
Jesànder assentì con il capo, ma le sue parole non erano soddisfatte:
«C'è qualcosa che non va, qualcosa di terribilmente sbagliato. Hai notato i loro occhi? Quegli uomini erano terrorizzati»
«Ho avuto la stessa impressione, Capitano. In effetti davano l'impressione di essere in fuga e di essersi imbattuti per caso nel nostro gruppo»
«Si, potrebbe essere. Ma da cosa fuggivano? Amici nostri o nemici? Chi o cosa è capace di infondere tanto terrore in un uomo? Ci sono troppe cose strane in questa terra e i loro stregoni hanno dei poteri che i nostri non comprendono.
«Muoviamoci, voglio allontanarmi il più in fretta possibile da questo luogo».
Si rimisero in marcia dopo aver prestato il primo soccorso ai feriti.
Jesànder si era convinto che la spiacevole sensazione provata quando aveva fatto fermare i suoi uomini era dovuta proprio allo scontro appena vinto. Si sforzava di non dare peso al formicolio che gli saliva lungo la spina dorsale fino a fargli rizzare i capelli sulla nuca. Lo interpretava come la tensione che seguiva la battaglia.
Ho proprio bisogno di riposo! Vorrei sapere cosa sta cercando Lord Aëshvéll in questa terra...”
Stavolta l'urlo nella sua mente fu tanto forte che fu costretto a fermarsi e tapparsi le orecchie, come se servisse a qualcosa. Fu Driscoll a dare l'ordine di fermarsi, ma non fece in tempo ad avvicinarsi al Capitano che tutta la colonna fu scossa da un terribile ruggito, seguito da urla e spari.
Jesànder e Driscoll udirono distintamente la voce del sergente Umagh finire l'ordine “Quadrato” con un urlo di dolore che gelò loro le ossa.
Si precipitarono in fondo alla colonna e ciò che videro li trovò del tutto impreparati. Occhi rossi e crudeli, zanne, artigli, corna e una folta peluria bruno-rossiccia. Una figura alta quasi tre metri circondata da un'aura rossastra. A una prima occhiata parve a Jesànder un incrocio tra un orso, una capra e un lupo. Terribile a vedersi incuteva una paura ancestrale e stava facendo strage dei suoi soldati, che cercavano di colpirlo con spade e fucili, ma non riuscivano a ferirlo, mentre venivano dilaniati e lanciati lontano.
«Un chàstar!», esclamò Driscoll.
«Cosa?»
«Un demone di roccia in forma animale. Mio nonno serviva un cacciatore di demoni e li chiamava chàstar. La descrizione corrisponde a questo mostro qui! Maledetto!».
Detto ciò si lanciò all'attacco, brandendo davanti a sé la lunga spada da combattimento.
Jesànder era stordito, incapace di muoversi. Aveva la netta sensazione che il demone cercasse proprio lui! Nel preciso istante in cui realizzò questo pensiero, sentì gli occhi del mostro piantarglisi addosso e nella sia mente ne udì la voce crudele “L'ho trovato!”.
Con noncuranza il chàstar si liberò degli uomini che gli stavano attorno e si lanciò alla carica. Durante la corsa travolse tutti coloro che lo fronteggiavano, con fragore di ossa fratturate e schizzi vermigli che volavano dappertutto.
Finalmente qualcosa in Jesànder si smosse: puntò la pistola e fece fuoco. Colpì il mostro ad un corno, che si spaccò rallentandone la corsa, ma non abbastanza. In pochi istanti gli fu addosso, ma Jesànder riuscì a schivarlo come faceva con i tori da ragazzo. Il riflesso condizionato dell'arena lo portò a ruotare il polso e colpire di punta la base della nuca del mostro, che correva piegato per trafiggerlo con le corna.
La durezza della pelle del mostro lo colpì come il contraccolpo sulla spalla, mentre il chàstar, ruotando a sua volta a una velocità impressionante, gli diede un manrovescio alla spalla sinistra lussandogliela e scagliandolo lontano.
Jesànder piombò a terra, con il braccio inerte sotto di sé.
Il demone lo sovrastò e il ghigno del mostro gli fece temere che era giunta la sua ora. Il chàstar levò le braccia unendo le mani a maglio, verosimilmente per frantumargli la testa, noncurante dei colpi che i suoi uomini cercavano di infliggergli.
Le braccia stavano iniziando il fatidico movimento, quando una freccia si piantò nel petto del mostro, scuotendolo e sorprendendolo.
Un battito di ciglia dopo un'altra freccia lo raggiunse a una spalla, seguita da una voce stentorea:
«Demone! Non porterai a termine la tua missione finché sarò in vita io! Prova soltanto a distogliere l'attenzione da me e ti ridurremo come un puntaspilli!», concluse ridendo.
Jesànder ebbe la forza di alzarsi a sedere e il terzetto che vide lo stupì non poco. Un uomo alto brandiva una lunga spada a due mani i foggia molto antica e due ragazzi imbracciavano due archi con le frecce incoccate. Avevano tutti lunghi capelli rosso-mogano e nella nebbia i loro occhi emanavano una strana luminosità.
Jesànder sentì nella sua mente la furia del chàstar, che caricò il terzetto senza pensarci su. I due ragazzi si dileguarono, mentre l'uomo rimase impassibile, alzando semplicemente la spada alta dietro la spalla destra.
La velocità della scena che seguì gli fece girare la testa: il mostro accelerò la propria corsa e l'uomo lo schivò con noncuranza proprio all'ultimo istante, calando al contempo la spada, che in un baluginare d'acciaio decapitò il mostro con quell'unico, micidiale fendente.
Il corpo del demone piombò a terra e l'uomo vi appoggiò sopra la punta della spada. In pochi secondi avvenne qualcosa di straordinario: una leggera brezza spazzò via sia il corpo del mostro che la nebbia, rivelando a Jesànder lo scempio fatto dal mostro alla sua compagnia. I tre si avvicinarono a Jesànder e lo aiutarono a rialzarsi.
«Eri tu il suo bersaglio», gli disse l'uomo.
«Si, l'avevo intuito... sono sconvolto... ma non vi ho ancora ringraziato per averci salvati!».
«Nessun ringraziamento ci è dovuto. Siamo giunti più tardi di quanto pensassimo. Seguivamo il chàstar da molti giorni, ormai. Eravamo nel Kanfôyl sono trenta ore fa».
«Siete arrivati fin qui dal Kanfôyl in meno di due giorni?».
«Viaggiamo veloci, quando vogliamo. Adesso dobbiamo lasciarvi. Siete stato coraggioso, ma né la vostra lama, né la vostra mente erano pronte per un avversario del genere e i vostri nemici lo sapevano bene».
«Aspettate! Prima di andare via ditemi almeno i vostri nomi!».
«Io mi chiamo Sashtÿr Nument-Ab, i due ragazzi sono Yënvël, mio figlio, e Keërn, mio nipote. Addio capitano Jesànder Mahlkawy».
«Hey, aspettato, come sapete il mio nome?».
Sashtÿr non rispose, ma si limitò a guardarlo con quegli strani occhi gialli. Si voltò e, seguito dai ragazzi, si allontanò a passo svelto. Jesànder era molto provato e troppo sconvolto per insistere ancora o per rendersi pienamente conto di ciò che era accaduto.
Un Driscoll pesto e sanguinante, ma senza ferite gravi, lo raggiunse.
«Ma chi diamine erano quelli?».
«Cacciatori di demoni, suppongo. Hai notato i loro occhi? Erano dei Vaunlay».
«Vau-che?»
«Vaunlay. Sono una nuova razza del mondo, figli di un Umano e una Laynorë».
«C'è gente che si accoppia con quelle streghe?».
«Alcune di loro hanno molto fascino. Posso comprendere come ci siano uomini che deciderano giacere con loro. Dimmi qual è la situazione».
«Ventisei morti, quaranta feriti, dei quali la metà non passerà la notte. Gli altri feriti possono camminare. Poi ci siete voi con un braccio rotto. Quelli che non hanno ferite sono comunque pesti più o meno come me».
Jesànder trattenne una smorfia di dolore. Con un sospiro diede i suoi ordini:
«Segneremo i nomi dei morti. Le loro paghe andranno alle famiglie. Li copriremo con dei massi, in attesa di poter venire a recuperarli con mezzi più adeguati. Finito il lavoro ci riposeremo e ci rimetteremo in cammino domani. Voi che non siete feriti ci precederete al forte e tornerete a prenderci con dei carri.
«Speriamo che nel frattempo non ci attacchi nessun altro!».
Si sforzò di fare una risata, ma non ci riuscì. Era troppo provato dagli eventi di quell'ultima mezz'ora.
Driscoll lo lasciò alle cure dell'ufficiale medico, miracolosamente illeso.
Jesànder avrebbe avuto molte cose su cui riflettere durante i prossimi giorni e molte domande da porre a Lord Aëshvéll al suo ritorno dal Kanfôyl.
Al momento, però, doveva rincuorare i suoi uomini. Non avrebbe detto loro che il chàstar cercava lui. Era stata un'esperienza già abbastanza sconvolgente, senza bisogno di sapere che l'uomo che ti guida è diventato bersaglio di forze oscure. Era una cosa che avrebbe dovuto affrontare da solo.