lunedì 28 novembre 2011

Sotto la Torre Normanna

Porgo un saluto caloroso a chiunque stia per leggere di questa mia strana avventura. Prego vorrete perdonarmi una doverosa premessa: non sono una persona impressionabile, né ho una fervida immaginazione. Ho cinquanta anni e di mestiere faccio il mercante di lana: il mio modo di essere mi porta a interessarmi alle cose pratiche piuttosto che alle elucubrazioni mentali. Di me dicono che sono pragmatico e calcolatore e che non riuscirei ad immaginare niente di diverso da ciò che ho davanti ai miei occhi. Non sono molto religioso, perché, come già detto, la mia mente si preoccupa d'altro. Diciamo che la domenica vado in chiesa a pregare per non far parlare di me, come del resto fanno quasi tutti i miei concittadini.
Mi chiamo Totò Guadamonte e quel fatidico giorno guidavo il mio carro verso la piana di Termini, poiché avevo da vendere certe coperte di lana alla fiera annuale che si teneva al porto. Non ero da solo, ma a difendermi c’erano i due fratelli Martorana a cavallo. Come al solito non portavo con me neanche un bastone, perché non ero uso a farlo, mentre i due Martorana avevano un fucile ciascuno e Peppe, il più grande, aveva anche un revolver.
Faceva caldo e non soffiava nemmeno un alito di vento. Avevamo superato Altavilla Milicia da circa dieci minuti ed era arrivato mezzogiorno: ai fratelli venne fame e ci fermammo a pranzare sotto un noce, al fresco. I Martorana mangiarono pane e formaggio, mentre io con me avevo del pane, delle cipolle e un paio di mele. Bevemmo un litro di vino bianco che avevo nel pozzetto del ghiaccio e riposammo per circa mezz’ora, prima di ripartire, verso la una.
I due Martorana fecero mangiare ai cavalli un po’ frumento, invece io non diedi nulla al bue che tirava il carro e nemmeno lo slegai: nonostante fossi partito presto la mattina eravamo ancora lontani e il carro pieno ci faceva andare fin troppo piano.
Circa quindici minuti dopo essere ripartiti, arrivammo su un colle dal quale di intravedeva la Torre Normanna a circa un chilometro a volo d'uccello. Non l’avevo mai vista così da vicino e neanche i due Martorana vi si erano avvicinati tanto. Tuttavia, conoscevano l’esistenza di una stradina che vi passava sotto lato monte e sapevano che era disabitata da secoli.
L’antica strada che stavamo percorrendo era piena di alberi e cespugli che rendevano difficile il viaggio, dunque procedevamo a rilento.
Poco prima delle due del pomeriggio, arrivammo sotto la torre e ci trovammo davanti una sorpresa: un uomo di circa quaranta anni, rosso di capelli e con una lunga barba fluente, alto più di un metro e novanta e dal torace ampio come quello di un cavallo, era fermo in mezzo alla strada sotto la torre appoggiato a una mazza di legno lunga almeno un metro e cinquanta.
“Salute a voi” disse.
“Buongiorno a lei” risposi. I Martorana lo guardarono sottecchi e non salutarono. L’uomo li fissò per un istante in malo modo, ma non disse loro nulla. Spostando lo sguardo su di me, disse:
“Chiunque passi da qui, deve pagare un pedaggio”. Il suo volto tranquillo emanava una strana ilarità.
“Non sapevo niente del pedaggio! Non ho soldi con me” risposi d'istinto.
L’uomo, senza mutare espressione, mi guardò, poi spostò lo sguardo sui due fratelli, prima su Sasà, il più piccolo, poi Peppe. I due non erano per niente tranquilli e avvertivo chiaramente il nervosismo dei loro cavalli. L’uomo disse:
“In pagamento mi basta uno dei vostri cavalli”.
“Cosa?” disse Sasà indispettito “Sei pazzo, vecchio? Non ci passa neanche per la minchia di darti un cavallo!” continuò, e armò il cane del fucile.
Io diventavo sempre più nervoso, mentre Peppe, dando man forte al fratello, disse:
“Proprio così. Spiegaci perché siamo noi che dobbiamo pagare il pedaggio? Noi siamo pagati per accompagnare il carro del nostro amico, qui” e puntò la lupara nella mia direzione. Io intuii che non era male intenzionato nei miei confronti e, per calmare gli animi, dissi rivolgendomi all’uomo:
“Mi ascolti! I miei amici hanno ragione! Perché dovrebbero pagare loro per le merci che porto io? Se proprio vuole un pagamento, prenda qualcosa dal mio carro!”
Guardandomi con un’espressione divertita, come non fosse uso a sentire parlare così tanto, mi rispose:
“Non mi servono le tue coperte. Io sono il Custode del Confine e sono io a stabilire cosa si debba pagare per passare al di là”. Osservò in tralice i Martorana: “Oggi ho deciso che voglio i due cavalli in pagamento e non uno soltanto” concluse.
“Cosa!?” dissi, chiedendomi come facesse a sapere che avevo delle coperte sul carro, ma non feci in tempo a dire altro, perché l’urlo di Sasà coprì la mia voce:
“Tu sei uscito pazzo!” disse mentre alzava il fucile pronto a sparare.
Non fece in tempo.
Muovendosi ad una velocità impressionante, l’uomo saltò alla sinistra di Sasà colpendolo alla nuca col grosso bastone. Riparato dal corpo di Sasà che cadeva da cavallo, gli prese il fucile dalle mani e sparò a Peppe colpendolo alla testa, mentre questo stava ancora girandosi per cercare di seguirne il movimento.
Rimasi di stucco! Nessuno poteva muoversi a quella velocità! Ma con chi avevamo a che fare?

“Li hai uccisi! Li hai uccisi come dei cani!” dissi non appena realizzai cosa era successo.
“Adesso ho due cavalli, due fucili e un revolver. Se mi avessero ascoltato, quei due, a quest’ora sarebbero ancora tra i vivi” mi rispose l’uomo. Continuò:
“Il mio nome è Mimmo. Seguimi” si voltò e cominciò a ridiscendere dal promontorio sul quale ci trovavamo, dirigendosi verso est.
Lo spettacolo che mi si parò davanti mi lasciò a bocca aperta. Un grande golfo si apriva sotto i miei occhi, con tanti piccoli promontori che separavano altrettante valli. Piccole spiagge di sabbia si intervallavano a alte scogliere e sullo sfondo, in lontananza, Mimmo mi indicò la linea del castello di Termini, che riposava sotto il Monte San Calogero, il primo di una serie di montagne che si innalzavano maestose e andavano a posarsi dolcemente sul mare.
Mimmo conduceva al passo i cavalli con i cadaveri dei Martorana coricati sopra e io, accorgendomi che non riuscivo più a controllare le mie reazioni, lo seguii conducendo il carro appresso a lui.
Ero terrorizzato. Avevo un terribile presentimento, ma non riuscivo a capacitarmi. Mentre facevamo strada, feci alcune domande a Mimmo:
“Mi tolga una curiosità. Perché voleva proprio i cavalli? E perché ha ucciso i miei amici? Non ce n’era alcun bisogno! Se proprio voleva un cavallo, avrei potuto portarne uno io sulla via del ritorno da Termini!”
Mimmo mi rispose senza neanche girarsi:
“Non saresti mai arrivato a Termini con quei due a farti da scorta. Superata questa zona, c'è Santa Nicola della Tonnara e, se foste stati particolarmente fortunati, vi avrebbero rubato cavalli, bue e coperte. Magari ti lasciavano il carro. Avreste fatto meglio a prendere la strada dei monti, salendo fino a Sant'Onofrio per poi scendere dal fiume San Leonardo.
“Quelle zone non le conosco affatto e non le conoscevano neanche i miei poveri amici”.
“E sareste voluti arrivare a Termini?”.
“Proprio così. Ma, mi dica: come faceva a sapere che trasporto delle coperte? E perché non ha ucciso anche me?”
“Tu mi servi per qualcosa di più importante. Delle tue coperte ho sentito l'odore. Ecco siamo arrivati”.
La discesa era finita e ci trovavamo davanti una casa che dava sul mare.
La casa s'affacciava sulla strada da un lato e sul mare dall'altro. Era circondata da mura bianche ricoperte da vite americana rampicante. Fiori ovunque. Alberi da frutto e non, tappezzavano il terreno attorno alla casa.
Tre donne uscirono dalla porta d'ingresso e mi guardarono simpaticamente. Mimmo disse loro di cominciare a preparare la cena. Mi condusse sotto una tettoia, mi diede una poltrona per sedermi e mi offrì del tabacco.
Caricata la mia pipa, gli chiesi:
“Mimmo, mi tolga una curiosità: per quanto ne so io, non ci sono confini tra Palermo e Termini. A che confine alludeva quando ha detto di essere il guardiano?”
“Come? Non l'hai ancora capito? Ovvio che parlavo del confine della mia proprietà. Qui non si avvicinano i poliziotti, né i soldati, perché qui comando io!”
L'arroganza di quelle parole mi colpì come un maglio e mi sentii troppo intimorito per proseguire la conversazione. Del resto, neanche Mimmo disse più nulla e passammo una mezz'ora in silenzio, prima che le donne ci chiamassero per andare a tavola.
Mangiammo pasta col sugo e le sarde, pesce alla griglia e sarde a beccafico, il tutto innaffiato da un bianco dal gusto raffinato. Per tutta la durata del pasto, le uniche voci che si sentirono furono quelle delle donne. Mimmo mi osservava portare ogni singolo boccone alle labbra e col suo sguardo m'inquietava.
Finito di mangiare, Mimmo mi prese a sé e un triste presentimento si fece strada nella mia mente.
“Vieni con me, Totò, è giunta l'ora”
“L'ora per cosa?” fu la mia istintiva domanda.
“L'ora del sacrificio!”
Mi prese l'angoscia, sapevo che Mimmo era infinitamente più veloce e più forte di me e non tentai nemmeno di fuggire: del resto, circondato da mura, dove speravo di andare?
Mi condusse su uno scoglio al quale si accedeva con una stretta passerella di legno. Mi legò a degli anelli fissi per terra. Mentre lo faceva, mi spiegava il motivo di tutto ciò:
“In questo tratto di terra sono tornati gli antichi dei. Qui non hanno potere né Geova, né Allah. Non ti salverà Gesù, né lo spirito del Buddha consolerà la tua anima. Qui comanda il Dio del mare. Ti sacrifico a lui perché continui a vegliare sulla nostra terra”.
Ero come instupidito, non mi muovevo, non facevo domande. Mimmo andò via e io attesi.
Un ribollire di onde lontano. Il mare, da calmo che era, iniziò ad agitarsi, le onde si fecero alte e iniziarono a frangersi sullo scoglio, riempiendomi di schizzi.
Inebetito fissavo il mare che, ad un trattò, sembrò ritirarsi. Un'onda enorme, come mai ne avevo viste nella mia seppur breve vita, si fece strada. Mi colpì in pieno un minuto dopo e mi trattennero dall'affogare solo le catene che mi legavano i polsi. In compenso fui sballottato avanti e indietro e il mare mi lasciò fradicio e bagnato proprio mentre l'ultimo chiarore del giorno lasciava il cielo.
Osservai sgomento la figura che mi si avvicinò dal mare. Non la vidi fino a che non fu a pochi metri da me: un essere indefinito, una mostruosità che non avevo mai immaginato neanche nei miei sogni peggiori. L'orrore mi travolse mentre il mostro allungava la mano per ghermirmi.
Urlai al contatto con le dita fredde e umide, ancora più fredde delle onde del mare.

Mi svegliai di soprassalto.
Mi ero appisolato appoggiato al noce dove avevamo pranzato. I fratelli Martorana preparavano i cavalli per ripartire. Peppe mi guardò e sorridendo mi disse:
“Totò, non ti volli svegliare prima, dormivi così bene! Però ora di andare è che si fece tardi”.
Mi alzai, ci rimettemmo in cammino. Mi sentivo a disagio: avevo sognato tutto? Vedemmo la torre, percorrendo il chilometro che ci separava da essa in silenzio. Giunti alla base della torre, un uomo, rosso di capelli con un grosso bastone in mano, ci fece segno di fermarci e disse, sorridendomi in maniera preoccupante:
“Buongiorno a voi, viaggiatori: per passare da qui, dovete pagare un pedaggio!”