lunedì 12 dicembre 2011

Eekah - terza parte


Finalmente avevano modo di parlare con gli altri, anche se non molti avevano la forza o il coraggio necessario a raccontare la loro storia. Erano quasi tutti terrorizzati dall'acqua e dalle Lucertole Tonanti, anche se queste ultime stavano tranquille, coccolate dagli attendenti dei cavalieri.
Nonostante tutto, Grjusuk era riuscito ad addormentarsi, forse a causa dello sfinimento.
Eekah riuscì a entrare in confidenza con un guerriero dalle lunghe corna ricurve, raccontandogli la loro avventura sul fiume, fino alla cattura.
«Quali sono i vostri nomi?», chiese il guerriero.
«Mi chiamo Eekah e il mio compagno è Grjusuk, della tribù di Naetleoz».
«Io sono Sathûke della tribù di Atnoonar. È un piacere conoscere due giovani coraggiosi, anche se le circostanze non sono le migliori. Cosa ci facevate così lontani dalle vostre terre?».
Eekah aveva pensato che sarebbe riuscito a controllare la piega della conversazione, ma il senso di autorità che emanava Sathûke lo costrinse a ricredersi:
«Avevo notato già da tempo che tagliavano gli alberi di Belÿanoth... immagino che anche voi ci costruiate sopra le vostre case come facciamo noi. Volevo metterne il Consiglio a conoscenza, ma avevo bisogno di un testimone, per questo col mio amico ci siamo messi in cammino e adesso eccoci qui. Tu sai perché tagliano gli alberi?».
«È a causa di ciò che la mia tribù e quella di Atuvat sono in guerra con gli Uomini Neri da molti anni, ormai. Ci hanno cacciati sempre più indietro e molti di noi sono stati catturati. Anche mio figlio è stato preso. Pensiamo che tagliano gli alberi di Belÿanoth perché sono più resistenti degli altri al fuoco»
«Continuo a non capire a cosa gli servono».
«Si dice che siano in guerra con un popolo del lontano ovest, Uomini Bianchi che vanno per il mare con navi sputa-fuoco. Probabilmente stanno iniziando a costruire navi col il legno del Belÿanoth, sperando così di vincere la guerra».
Eekah era stupito. Non aveva mai sentito parlare di Uomini Bianchi e di navi sputa-fuoco. Certo, quello che Sathûke stava dicendo aveva senso, ma quali erano i programmi per loro?
«Cosa pensi che faranno di noi?»
«Non lo so, ragazzo, temo comunque che lo scopriremo più presto di quanto non ci faccia piacere».
Il viaggio fu lungo e monotono. Gli attendenti dei cavalieri pescavano dal fiume grandi pesci argentati che davano in pasto alle Lucertole Tonanti crudi, i rimanenti, cotti, andavano ai prigionieri.
Nel complesso i tredici krèmoni furono trattati molto meglio che nel viaggio via terra. Erano sempre legati mani superiori e inferiori, tuttavia il cibo era migliore e potevano bere quando ne avevano voglia, non avevano che da chiedere.
Eekah scoprì che i due cavalieri parlavano una lingua diversa dai precedenti carcerieri e riusciva addirittura a comprendere qualche parola qua e là, legata per lo più alla natura e agli animali: “Albèrro” era “albero”, “Nash Tolonuk” era “Lucertola Tonante” e “flüm” era “fiume”, per fare degli esempi. Si stupiva di ciò, e quando ne parlò a Sathûk questi non seppe spiegargliene la ragione.
Dopo tre giorni di navigazione Eekah aveva stretto amicizia con tutti i prigionieri. I due cavalieri li avevano totalmente ignorati, gli attendenti li avevano controllati molto blandamente e i barcaioli si erano occupati solo della navigazione.
Alla sera del quinto giorno, giunsero a un'ansa del grande fiume e il pilota fece accostare la chiatta a un piccolo molo.
Gli attendenti li legarono per il collo uno dietro l'altro, liberarono le mani inferiori e li condussero fuori dalla barca. Furono trasferiti su dei carri scoperti e scortati dai cavalieri per un lungo cammino attraverso campi coltivati e frutteti, fattorie e pascoli.
Non si fermarono neanche durante la notte. La grande Tarij brillava alta nel cielo e illuminava il terreno quasi come nei giorni di mezzo-sole.
Poco dopo l'alba giunsero in vista di quella che Eekah giudicò essere una città degli Umani. Da un'alta collina la si poteva osservare tutta: circondata da alte e possenti mura, era piena di edifici in pietra, da molti dei quali si levavano sottili fili di fumo. Era circondata da un fossato che riceveva acqua dal fiume che scorreva a fianco della città. Ciò che vide non gli piacque affatto: era troppo distante dai canoni di bellezza con i quali era abituato a giudicare le cose e i luoghi.
Quando furono a circa un chilometro dalla porta, furono colpiti dall'odore pungente della città stessa come da un pugno allo stomaco, che mozzò loro il respiro e fece stare male persino i più robusti.
Grjusuk, che era stato particolarmente male durante il viaggio sulla chiatta e non era riuscito a digerire il pesce, si era un po' ripreso durante il viaggio a terra, ma non riuscì a reggere a quell'odore e vomitò il poco che aveva nello stomaco. Così come lui molti ragazzi vomitarono violentemente, qualcuno arrivò persino a sputare sangue.
Entrarono in città attraverso un cancello di ferro ed Eekah ebbe confermata la prima impressione: tutti gli edifici di quel luogo infernale erano di pietra.
Furono condotti in una grande stanza, dove poterono riposare su delle panche di legno e dove fu servito il pranzo: latte, pane, uova e formaggio. Un pasto eccezionale, considerando quello che avevano passato durante l'ultima settimana.
I loro carcerieri furono alquanto gentili. Dopo che tutti ebbero finito di mangiare li condussero uno ad uno in una piccola stanza ove venivano liberati dalle catene, per poi essere portati in un grande ambiente buio.
L'unica luce entrava da delle piccole finestre poste troppo in alto per guardarvi fuori.
Erano confusi, non sapevano che pensare. Molti iniziarono a innervosirsi e pestare pugni alle pareti, ma improvvisamente una delle pareti si alzò, lasciando loro una possibilità di fuga!
Molti si precipitarono fuori dalla stanza, ma Sathûke trattenne Eekahe Grjusuk, uscendo con loro più lentamente: chiaramente non si fidava dei suoi carcerieri.
Appena fuori dalla stanza, la porta si richiuse alle loro spalle e si resero conto di dove si trovavano e del motivo per cui erano stati portati fin lì: erano in una grande arena, con migliaia di Umani che osservavano il macello che stava per avervi luogo.
Tredici krèmoni stanchi e demoralizzati avrebbero dovuto affrontare mezza dozzina di bestie feroci, evidentemente molto affamate, che entravano da altrettante porte dell'arena circolare.